mercoledì 23 agosto 2017

Juno.00002.003 - Aspermer Syndrome Collection - 003


La riunione fu allargata ad Anna, visto che lei doveva cominciare il corso di "assistente sessuale", e la banca dello sperma non poteva iniziare la sua attività senza un "promotore finanziario" che convincesse i clienti a ... depositare i loro liquidi.

La riunione si aprì con Juno che annunciò a tutta la famiglia (e ad Anna) che aveva deciso di farsi un altro lipofilling, in tempo perché Rebecca potesse discutere la tesi.

"Guarda che la commissione di laurea guarderà soltanto me", disse Rebecca, "Non sperare che se io dico qualche sciocchezza, tu riesca a distrarli".

"Ma se ti presenti più felice perché la mogliettina ha fatto questo per te l'esame lo passi con voti più alti", rispose Juno.

Debora e Giaele risero, Anna si trovò a strabuzzare gli occhi. Già si sentiva turbata dalle mammelle di Juno (Anna aveva l'aspetto di una statua di Artemide cacciatrice - carina, ma con poche curve), e l'idea che crescessero ancora la eccitò tanto che dovette mettersi la borsa sul grembo.

Anna disse che voleva fare sia il Tirocinio Formativo Attivo che il corso di "Assistente sessuale" promosso da Lovegiver.it - quest'ultimo corso si farebbe nel weekend, e quindi sarebbe stato sovrapponibile al tirocinio per l'insegnamento.

"Cosa insegnerai?", chiese Debora, ed Anna rispose: "Il Simposio di Platone, per cominciare. Purtroppo non insegnano ebraico nei licei italiani, sebbene sia molto formativo".

"Non ti ostacolerà l'aver studiato 'assistenza sessuale'?"

"Non più di quanto abbia ostacolato altre persone l'essere trans".

"Riuscirai ad aver tempo per la banca dello sperma?", chiese Rebecca, ed Anna rispose: "Nei primi tempi non insegnerò per molte ore. Penso che convenga approfittare del corso in Svizzera e del Tirocinio in Italia per allestire i locali ed installare le attrezzature".

Rebecca chiese a Juno: "Che risorse finanziarie hai per questo progetto?"

"L'associazione 'Ebraismo Umanista Sardo' ora ha abbastanza soci per camminare con le sue gambe. Ho delle proprietà in Continente, potrei venderle e realizzare circa 150 mila Euro".

"Un po' scarsi", commentò Rebecca, "Cercheremo di farceli bastare".

Debora disse: "Non siamo mai riuscite a vendere il nostro vecchio laboratorio orafo. Pensi che si possa riadattare?"

Rebecca ci pensò un po' e disse: "Sì, tecnicamente è possibile, ma non costerà molto meno di un edificio nuovo".

"Però sarebbe bello poter dire che per un liquido prezioso si è usato un edificio che lavorava preziosi", osservò Juno.

"Questa mi piace", disse Rebecca, che chiese inoltre: "Chiamiamo dunque la banca dello sperma 'Aspermer Syndrome Collection'?"

Anna rispose: "Io userei un nomee più semplice: '127'"

"Cioè?"

"'127' è il salmo che dice: 'Se il SIGNORE non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori'. Noi ci proponiamo come costruttori della famiglia ..."

"... ed in ebraico il verbo 'banah = costruire' ed il nome 'ben = figlio' hanno la medesima radice", osservò Juno, "Il semplice gioco di parole è stato attribuito a rav Hanina, vissuto nel 2° Secolo EV, che però lo applicava ad Isaia 54:13, 'Tutti i tuoi figli saranno discepoli del SIGNORE e grande sarà la pace dei tuoi figli'".

"Prendiamolo come nome provvisorio", disse Rebecca, "Non vorrei che il numero '127' facesse pensare ad una vecchia, ma affidabile automobile Fiat".

Debora disse: "Facciamo dunque questa banca dello sperma. La dividiamo in tre sezioni - MtF, Aspie, disabili in genere?"

"Sì", rispose Rebecca, "Se l'impresa cresce, dovremo dividerla, ma è inutile sovradimensionarsi già adesso".

"Quanto tempo ci vuole per ristrutturare il laboratorio?", chiese Debora, e Rebecca rispose: "Potrebbero bastare tre mesi. Però devo prima coinvolgere un ingegnere biomedico".

"Ne conosco una - una mia lontana cugina di nome Rosaria", rispose Juno, "provo a contattarla".

"Ottimo", disse Rebecca, "La riunione si aggiorna la settimana prossima, quando avremo tutti i preventivi di spesa e potremo decidere l'ordine dei lavori".

Dopo la discussione, si cenò tutte insieme volentieri, ma Rebecca notò che, mentre Juno guardava lei, Anna guardava Juno. Juno se ne accorgeva, ma, pur non ricambiando più di tanto, non cercava di scoraggiarla.

Dopo cena, Rebecca chiese a Juno: "Che pensi di fare con Anna?"

"Nulla. Lei è solo una valida collaboratrice".

"Ho visto che ti guardava".

"Mi sono accorta anch'io che va matta per le mie tette. Ma mezza città le guarda, e non te ne sei mai lamentata".

"Bisogna chiarire una cosa", disse in tono minaccioso Rebecca, al che Juno rispose: "Amore, sei tu la poli, ed io l'ho accettato. Sei gelosa di un rapporto che non ho alcuna intenzione di cominciare?"

Rebecca si rese conto di aver esagerato, e disse: "Juno, è vero, io ho contato finora sulla tua fedeltà sessuale, anche se da quel punto di vista ero infedele. In gergo, si dice che la nostra unione è aperta solo dalla mia parte. Ora scopro che potrebbe aprirsi anche dalla tua parte e devo adeguare i miei atteggiamenti".

"Mi basti tu. Il problema non si pone ancora", rispose Juno, ma Rebecca disse: "Sai che cosa temo? Che tu non abbia semplicemente un 'metamore' [amante supplementare, con il consenso del partner principale], ma che per lui distrugga la famiglia. Se vogliamo avere figli, devo essere sicura che i nostri metamori non distruggano il nostro rapporto".

"Rebecca, parliamoci chiaro per una volta", ribattè Juno, "i tuoi metamori sono le tue sorelle. Rispetto a loro, potrei dire che il metamore sono io. Però loro hanno avuto abbastanza tatto da non interferire nel nostro rapporto, pur continuando ad amarti anche sessualmente; mi vogliono bene anche se con me non farebbero nulla, e ci hanno molto aiutato, e pure stabilizzato. Che potrei chiedere di più dai metamori di mia moglie? Io non ho niente del genere, per cui ogni possibile storia che potrei avere con persone diverse da te può spaccare il rapporto. Finora non ne ho sentito il bisogno, ma se accadesse? Non potrei non farti notare che tu hai in abbondanza quello che temo tu vorresti negarmi del tutto".

"Forse ho sollevato il problema troppo presto", disse Rebecca, e Juno rispose: "Non si può ormai far finta di niente. Soprattutto se temi di non poter essere abbastanza serena per avere un figlio - od una figlia, se ha ragione Giaele che un maschio, invecchiando, aumenta la probabilità di concepire figlie femmine anziché figli maschi".

"Quando fai il lipofilling?"

"Dopodomani. Ci vogliono alcuni mesi perché il seno raggiunga la misura definitiva dopo un'operazione del genere. Allora potrò comprare dei reggiseni e degli abiti nuovi, ed accompagnarti alla discussione della tesi".

[Puntata seguente]

martedì 22 agosto 2017

Juno.00002.002 - Aspermer Syndrome Collection - 002


Qualche giorno dopo Juno tornò nello studio medico di Giaele.

“Parlo prima io, o parli prima tu?”, chiese Giaele, e Juno rispose: “Prima le cis”.

“Sono disposta a gestire le banche dello sperma che Anna propone di fare. Ma vorrei che fosse Rebecca ad occuparsi dei locali, delle attrezzature e dell’organizzazione”.

“Lei ha già ricordato che sta per diventare un’ingegnera idraulica, non biomedica. Potrà procurare i locali ed adeguarli alle esigenze di una banca del seme, ma bisognerà assumere un ingegnere biomedico per la scelta e la gestione delle attrezzature”.

“Bene. Se Rebecca ha risposto così vuol dire che ritiene il progetto fattibile, e lo approfondiremo insieme. Tu di che hai bisogno?”

“Sto mettendo pancia!”

“Tesoro, con la scusa che fai molta cultura e poco sport, e che la colazione te la fa Rebecca, il pranzo te lo fo io, la cena te la fa Debora, mangi più di quello che consumi! Dovresti metterti a dieta!”

“Sono golosa! Ed il grasso si accumula in pancia, purtroppo!”

“Perché non hai mai preso ormoni femminili, ed hai un assetto ormonale maschile”.

“E … se facessi un altro lipofilling?”

“Spostare il grasso dal ventre al seno? Si può fare, ma mettiamo anche delle stecche di balena sotto la pelle per impedire alle mammelle di cadere dal petto?”

“Veramente, mi piacerebbe potermi fare il ‘titfuck’ da sola. Se sono un po’ mosce come i fichi maturi, meglio”.

Giaele cadde dalla sedia dal gran ridere, e quando si rialzò disse: “Stai confermando la teoria dell''autoginefilia' di Harry Benjamin, molto avversata dalle organizzazioni trans. E credo che Rebecca ti vieterebbe questa pratica."

"Lei è poli ed io non sono gelosa. Con che faccia potrebbe vietarmi di fare l'amore con me stessa ogni tanto?"

"Hai ragione. Comunque, Juno, non devi per forza avere le tette più grandi della città. Non devi più ‘passare’ per forza. Sappiamo tutti che sei una donna”.

“A Rebecca l’idea di ingrandirmi il seno piacerebbe”.

“Lei ha la tua stessa ossessione. Ho dovuto rifiutarmi di prescriverle degli estrogeni. Le ho fatto notare che non val la pena rischiare un tumore mammario per migliorare l’estetica”.

“Io avrei un’idea per risolvere il problema, ma bisogna prima fondare la banca dello sperma”.

“Cioè?”

“Io e Rebecca diventiamo mamme insieme!”

Giaele aprì la bocca sbigottita, e dopo alcuni minuti disse a Juno: “È solo un’idea tua o ne avete già parlato?”

“Ci abbiamo pensato più volte, ma non seriamente. Ed infatti lei continua ad usare la spirale”.

“Non si fa un figlio solo per aumentare le proprie misure vitali. Ed una volta mamma, Rebecca penserà moltissimo al figlio. Ovviamente io e Debora impazziremo per il nostro nipotino e vi aiuteremo, ma Rebecca dovrà dare la priorità a lui e non a te. Spero che tu non ti senta trascurata”.

“Anch’io impazzirei per un figlio.”

“Od una figlia. Si è notato che la proporzione di spermatozoi con il cromosoma X aumenta con l’età di chi li produce”.

“Meglio ancora. La banca dello sperma servirebbe solo ad aumentare la probabilità di concepire”.

“Prima di ricorrere a mezzi artificiali, assicurati che quelli naturali a tua disposizione siano insufficienti. Ti renderai conto di quanto è faticoso ricorrere alla fecondazione assistita, dopo aver fondato la banca”.

“Ok. Prima però occorre che Rebecca si laurei e faccia l’esame di stato. Si prevede che depositerà la tesi in aprile, si laureerà in giugno, e farà l’esame di stato in novembre”.

“Dopodiché, via la spirale e farlo come se non ci fosse un domani?”

“Più o meno”.

“Juno, qui occorre fare una riunione di famiglia per pianificare tutte le cose che vogliamo fare – non la vostra riproduzione, ovviamente – altrimenti combiniamo un disastro”.

“Dopodomani sera?”

Giaele guardò l’agenda dei turni in ospedale, e rispose: “Per me va bene. Vediamo se sono d’accordo anche Rebecca e Debora”.

lunedì 21 agosto 2017

Juno.00002.001 - Aspermer Syndrome Collection - 001

[Inizio]

"O santo pisello!", strillò un giorno Juno precipitandosi da Giaele, che le chiese: "Che succede?"

"Anna ha avuto una di quelle idee che possono sprofondare l'isola fino all'inferno o farla salire su fino in paradiso!"

"Spiegati".

"Vuole fondare una banca dello sperma riservata alle trans MtF".

"Tutte le banche dello sperma ordinarie congelano lo sperma delle donne trans MtF che intendono iniziare la transizione".

"Già, ma di solito lo raccolgono prima della TOS [Terapia Ormonale Sostitutiva]. Anna vuole crearne una per raccogliere lo sperma di minor qualità che una trans può produrre durante una sospensione della TOS".

"Come hai detto tu stesso, è sperma di minor qualità. Ma ci sono donne trans che hanno fecondato (senza volerlo) donne cis anche senza sospendere la TOS. La proposta è ragionevole, anche se i risultati sono meno buoni che a pensarci per tempo, prima della TOS".

"E fin qui la capisco. Poi ha letto che Richard Branson, nel 2017, aveva annunciato la nascita di una banca dello sperma dedicata alle persone dislessiche ..."

"Era stata una divertente trovata pubblicitaria, anche se ha avuto il merito di proporre la dislessia come diversità e non come disabilità".

"... ed ha proposto la creazione di una banca dello sperma dedicata alle persone Asperger!"

Giaele scoppiò a ridere e disse a Juno: "Tesoro, eri una bambina facile da piccola?"

"Per niente".

"Neanche noi tre sorelle. Scegliere deliberatamente di avere un figlio Aspie richiede un masochismo superiore alla media delle mamme".

"Però l'idea è quella di promuovere la neurodiversità e mostrare che noi Aspie siamo persone preziose".

"Può essere anche una buona idea, ma temo che avrete molti depositanti e poche prelevanti".

"Anna ha trovato anche il nome della banca dello sperma: Aspermer Syndrome Collection".

"Bel gioco di parole. Ma come mai sei ancora sconvolta?"

"Hai sentito parlare dell'assistenza sessuale per i disabili?"

"Certo!"

"Anna vuole una banca dello sperma anche per loro! La chiamerebbe Mitbonim, parola ebraica che lascerebbe intendere che avere figli da questa banca sarebbe un'esperienza trasformativa!"

Giaele sorrise e disse: "Generare un figlio cambia una persona, anche se è l'ennesimo di tanti. Ma è abbastanza difficile pensare che ci siano donne che vogliono rischiare di avere un figlio con disabilità a componente genetica!"

"Sarebbe però la cosa più antinazista che uno può fare nella vita: anziché sterminare le vite prive di valore, oppure trattarle da nemiche del genere umano, ne tramanda i geni. Quest'ossessione nazista per la soppressione dei geni nefasti passò dai disabili agli ebrei - anche se l'antisemitismo nazista aveva altre motivazioni, per i nazisti ebreo era chi aveva un nonno ebreo, qualunque fosse la sua affiliazione religiosa od identità etnica, ed alla fine decisero di risolvere i due problemi allo stesso modo".

"Non sono così antinazista. Ritengo giustificata la perplessità di chi non vuole un figlio con disabilità".

"E non sai che cosa mi ha sconvolto di più!"

"Che cosa?"

"Che Anna non solo vuol fare il corso di assistente sessuale disabili, ma vuole anche impegnarsi nella raccolta della materia prima!"

"E dove la conserva?"

"Mi ha chiesto appunto di aiutarla a trovare un locale adatto ed a procurarle le attrezzature. Per fortuna nel 2014 la Corte Costituzionale ha autorizzato la fecondazione eterologa, quindi l'iniziativa non sarebbe più clandestina".

"Ci vuole un medico per tutto questo".

"Potresti essere tu", osservò Juno, e Giaele rispose: "Ci penserò".

domenica 20 agosto 2017

Juno.00001.005 - Transizione - 005


La biblioteca di "Ebraismo Umanista Sardo" continuava ad arricchirsi, ed un giorno giunse una studentessa di nome Anna per studiarvi e scrivere una tesina su quest'associazione.

Fu accolta molto volentieri, ma Giaele un giorno prese da parte Juno e le chiese:

"Ti sei accorta che Anna è transgender?"

"Certo. Ha il doppio libretto rilasciato dalla sua università. Ci siamo messe d'accordo di non dirlo in giro".

"È giovane, passa molto bene, e la sua ambizione è una vita 'stealth' [in cui nessuno si accorga che è trans]. Me ne sono accorta perché prima della transizione era una mia paziente".

"Abitava qui?"

"Sì. L'università le ha permesso di lasciare quello che fino a qualche anno fa era un ambiente fortemente transfobico, e di adeguare il suo corpo alla sua anima".

Anna era una brava studiosa, e sviluppò perfino un sistema di catalogazione per soggetti adatto ad una biblioteca ebraico-LGBTQIA+ che fu presentato in pubblico al Centro Ebraico Italiano Il Pitigliani di Roma, e le guadagnò dei CFU supplementari.

"Che pensi di fare dopo la laurea?", chiese Juno, ed Anna rispose: "Il TFA [Tirocinio Formativo Attivo] per insegnare alle superiori. Troppo faticoso tentare la carriera accademica, ed inoltre i miei genitori vorrebbero un impiego vicino a casa".

"Eh, sì, qui abbiamo un liceo, e ne abbiamo anche nelle città vicine. I migliori auguri".

Nel frattempo, il tribunale di Macomer (sezione staccata di quello di Oristano) aveva sentenziato la transizione di Leonida in Juno, e Juno e Rebecca avevano deciso di contrarre l'unione civile.

Ma prima di fare le pubblicazioni Juno volle chiedere a Rebecca: "Le unioni civili di questo paese del menga (scusa il lombardismo) non esigono la fedeltà. Vuoi approfittarne?"

"La fedeltà non è solo sessuale - è il poter contare l'uno sull'altro. Corrisponde in questo caso al latino 'fides', al greco 'pistis', e pure all'ebraico 'emunah', grossolanamente tradotto spesso come 'fede religiosa'. Questo tipo di fedeltà te lo prometto".

"E quello sessuale no, vero?"

"Beh, a me piacciono solo le donne. Se mi trovassi incinta, mi farei fare il test del DNA, ma è garantito che saresti tu il padre biologico".

"Però è curioso", osservò Juno, "Non passiamo molto tempo separati, non sembra che tu frequenti uomini che non siano tuoi clienti, e non hai amiche donne. Ti dichiari poliamorosa, ma non capisco con chi hai potuto continuare a praticare questo poliamore mentre frequentavi me".

Rebecca capì che doveva dirglielo, e glielo disse in un oreccchio.

"Davvero?", chiese stupita Juno, e Rebecca confermò: "Non c'è altra possibilità. Se non vuoi unirti a me, ti capirò".

"Non provo scandalo. Ti amo e ti impalmerò".

Per tradizione ebraica gli sposi offrono un banchetto anche ai poveri, e per questo contattarono la Caritas diocesana - questa declinò l'invito (farsi coinvolgere in un'unione civile con una persona trans era pretendere troppo), ma consigliò di rivolgersi invece al locale Comitato della Croce Rossa, ideologicamente più friendly, e non meno impegnata ad assistere i migranti ed i poveri.

Il "festschrift" [opuscolo commemorativo] sul significato del matrimonio che molte coppie ebree commissionano in occasione delle loro nozze fu redatto da Anna - purtroppo, dovette essere stampato e rilegato in copisteria, perché l'editore ebraico italiano più gettonato per queste cose, Belforte di Livorno, aveva una politica editoriale omo-bi-transfobica, ed Anna aveva spiegato tutte le trasformazioni dell'istituto del matrimonio ebraico dalla Bibbia alle moderne sinagoghe LGBTQIA+ americane.

[Fine]

sabato 19 agosto 2017

Juno.00001.004 - Transizione - 004


Il rapporto tra Juno e Rebecca, da amichevole che era ridivenne amoroso, e con l'aiuto di Lucia, dell'ARCI di Nuoro, fu redatto lo statuto del Circolo "Ebraismo Umanista Sardo", configurato come Associazione di Promozione Sociale affiliata all'ARCI.

Il circolo fu registrato all'Agenzia delle Entrate di Nuoro la vigilia della Pasqua ebraica, quando secondo il mito il popolo ebraico si costituì in nazione, ed aveva come presidente Juno, vicepresidente Rebecca, tesoriera e segretaria Debora, consigliere Giaele e Giovanna (la luogotenente dei Carabinieri della città - lei si riservava però di lasciare la carica non appena si fosse trovato un sostituto).

Il comune concesse la biblioteca civica per la presentazione del Circolo, e si presentò un pubblico numeroso che fece tante domande, che si potevano ricondurre a tre argomenti.

Sul primo argomento, Juno ripetè quello che aveva detto a cena a Rebecca, Debora e Giaele: essere ebrei umanisti voleva dire far propria una cultura e voler aderire ad un popolo, non affiliarsi ad una religione - ed il circolo accettava volentieri chiunque fosse interessato alla cultura ed alla storia ebraica, indipendentemente dalla sua identità culturale ed etnica.

Sul conflitto israelo-palestinese, Juno disse che la sua opinione era che israeliani e palestinesi dovessero accettare la spartizione di Eretz Yisrael/Filastin, e per questo dovessero mettersi a trattare seriamente - i dettagli della spartizione li avrebbero discussi i diretti interessati.

Sulle questioni LGBTQIA+, Juno dovette ricordare quello che dice Ezechiele 16:49 - ovvero che Sodoma fu punita per la sua spietatezza con i poveri e gli stranieri, e che perfino il fondatore del cristianesimo era d'accordo, a leggere Matteo 10:1-15 e Luca 10:1-12.

Gli unici brani del Primo Testamento che affrontano inequivocabilmente l'argomento sono Levitico 18:22 e Levitico 20:13, che condannano però soltanto i rapporti anali tra uomini, in quanto cose indegne del popolo santo di Dio. Il rapporto tra Davide e Gionata (1 Samuele 18:1-4) era una storia d'amore, non solo una grande amicizia, su cui l'autore biblico non ha le parole di condanna che riserva invece all'episodio di Davide e Betsabea (2 Samuele 11-12); e pure il rapporto tra il "pais = ragazzo" ed il centurione (Matteo 8:5-13 e Luca 7:1-10) non viene condannato né dagli ebrei contemporanei di Gesù, né da lui stesso, anche se l'insolita benevolenza di un romano verso il proprio giovane schiavo è più che sospetta.

Ci fu chi evocò Genesi 1:27, "Maschio e femmina Dio li creò", e Juno rispose: "Lei mi invita a nozze. Le rispondo nel modo più semplice: se lei rilegge Genesi 1, scopre che Dio creò gli animali acquatici il quinto giorno (Genesi 1:20-23), e gli animali terrestri, uomo compreso, il sesto giorno (Genesi 1:24-31). Quando creò Iddio allora le rane, che sono animali anfibi, quindi sia acquatici che terrestri? Genesi 1 non ce lo dice, e non perché l'autore biblico ignorasse le rane: sono la seconda piaga d'Egitto (Esodo 8:1-16 - cfr. Salmo 77:45 e Salmo 104:30). L'unico modo per non accusare l'autore biblico di aver commesso un errore inescusabile è ammettere che egli non volesse redigere una classificazione completa degli esseri viventi. Anche per la frase: "Maschio e femmina Dio li creò" vale il medesimo ragionamento: il fatto che si parli lì solo di maschi e femmine non vuol dire che non esistano altri generi umani - allo stesso modo in cui il fatto che lì si parli solo di animali acquatici e terrestri non vuol dire che non esistano le rane".

L'osservazione fece ridere la sala, e Juno fu invitato a parlare della sua vita come donna trans; egli preferì non dire molto, ma annunciò che la sua avvocata stava istruendo la pratica per la rettificazione anagrafica del sesso.

Era ormai notorio in città che Juno e Rebecca stavano insieme, e questo diede il destro ad un prete cattolico della città di attaccare Juno in un sermone pronunciato in occasione del matrimonio di due giovani che avevano tanto amore e poco denaro, ma avevano deciso di formare comunque una famiglia, pur potendo invitare alle loro nozze solo il "minimo sindacale" sardo: 300 persone!

Juno incaricò Itria di querelare quel prete (cosa possibile perché lei era sbattezzata), dacché era stata ritenuta particolarmente infamante questa frase: "Beati voi che avete il coraggio di sposarvi e condividere le vostre responsabilità, al contrario di un 'istrangiu = persona di altro paese', che ci sta mostrando di che valori culturali e religiosi si fa portavoce facendo domanda di rettificazione di sesso per avere il pretesto di negare alla propria fidanzata la pienezza dei diritti del matrimonio!"

Itria raccolse un lungo dossier su Juno, quando si faceva ancora chiamare Leonida, e di come egli avesse sempre agito, con la parola e l'azione, per il matrimonio egualitario. Egli avrebbe voluto offrire alla sua nuova moglie gli stessi diritti, da Leonida o Juno, ma la legge italiana, anche per le pressioni della chiesa cattolica, glielo vietava.

Era dunque particolarmente odioso che un suo esponente ufficiale dell'ente che aveva messo Juno nell'impossibilità di sposare colei che amava desse a lei la colpa di questo.

Il vescovo si dovette inoltre schierare contro il prete, in quanto per la chiesa cattolica il transessualismo è una malattia che rende inetti al matrimonio cattolico, e quindi non aveva senso che il prete pretendesse che Juno mantenesse il nome Leonida per sposare Rebecca con tutti i crismi: se si fossero sposati in chiesa, il matrimonio sarebbe stato nullo.

Questo era quello che spaventava di più gli avvocati del vescovo, che si resero conto che gli insulti del prete erano gratuiti ed insensati, perché rimproverava Juno di fare proprio la cosa che la chiesa avrebbe raccomandato in quella situazione - qualsiasi cosa, ma non il matrimonio.

Proposero perciò a nome del vescovo di chiudere la causa senza clamore. Juno avrebbe voluto poter riempire la cattedrale di ranocchie come condizione per accettare le scuse del vescovo, ma Itria la convinse invece a chiedere l'acquisto dell'edizione Steinsaltz del Talmud (testo originale a fronte, con traduzione e commenti in inglese) - considerato che nel Medioevo il Talmud fu messo più volte al rogo su richiesta proprio della chiesa cattolica, questa richiesta era un magnifico contrappasso.

Arrivati i volumi, Juno aprì la biblioteca dell'associazione anche ai seminaristi cattolici, che però non trovavano da leggere solo le Miqraot Gedolot [edizioni ebraiche commentate della Bibbia], il Talmud, il Midrash, ed i commentatori delle successive generazioni, ma anche diversi autori ebrei LGBT o pro LGBT, da Magnus Hirschfeld a Daniel Boyarin, passando per Mario Mieli e Judith Butler.

venerdì 18 agosto 2017

Juno.00001.003 - Transizione - 003


Il mattino dopo Giaele nel suo studio ricevette la più strana delle telefonate - da Juno.

Ella disse: "Giaele, dovrei comprarmi il mio primo reggiseno e non ho idea di che taglia prendere. Qualche giorno fa mi hai misurato dappertutto, e penso che tu mi possa dire la taglia giusta".

Giaele rise sotto i baffi e disse: "Juno, ti capisco, ma non è il compito di un medico. Una ragazza cis di solito per questa cerimonia d'iniziazione si fa consigliare ed accompagnare dalla mamma. Chi può farne le veci nel tuo caso?"

Rebecca lesse le misure del corpo di Juno che aveva preso Giaele e le disse: "Ci sono dei siti web che aiutano a trovare la taglia giusta, partendo da queste misure, ma credo che sia meglio andare in negozio e provare. Non c'è bisogno di spogliarsi e mettere i reggiseni sulla pelle - con un po' di pratica si impara a provarli sopra i vestiti ed a sottrarre i centimetri o le lettere in più".

Juno mise una camicia meno trasparente della sera prima, ed insieme con Rebecca fece il giro delle mercerie della città. Con stupore scoprirono che le grandi marche di intimo trascuravano le grandi taglie, e gli unici negozi che vendevano i capi adatti erano quelli dei cinesi. Essi avevano imparato fin dai tempi delle ossa oracolari che per commerciare occorre sapersi fare i fatti propri, ed aiutarono volentieri Juno a crearsi il suo corredo di biancheria intima.

Dopo lo shopping Juno volle invitare Rebecca a pranzo; la padrona del ristorante conosceva quest'ultima e le disse: "Ti fidanzi e non me lo dici?"

"Pina, siamo solo amiche", rispose Rebecca, ma Pina insistette: "Eh no: mentre voi passavate da un negozio di intimo all'altro io andavo a far la spesa per il mio ristorante e vi ho visto! Quand'è che celebrate la prima unione civile della città?"

"Forse celebreremo addirittura un matrimonio", disse Juno mostrando a Pina la carta di credito - sulla quale era scritto "Leonida" - per pagare il conto.

"Questa poi!", disse Pina dopo aver guardato la carta; poi lei si chinò in avanti per porre la bocca tra le orecchie delle due e disse: "Rebecca, non importa se ti sei presa un uomo o una donna, od una combinazione dei due. Se siete felici, sono felice con voi!"

Quasi piansero i due per la commozione, ed una volta uscite, Juno disse: "Brava! Hai lavorato bene negli anni in cui ti sei dichiarata lesbica ed hai lottato per farti accettare!"

"Già. Ed ora vedendoti insieme con me sarà più facile per loro accettarti come donna", rispose Rebecca, "Soltanto Pina è tanto pignola da guardare il nome sulle carte di credito, e ti ha accettato lo stesso".

L'avvocata Itria ne fu contentissima: "Brava, è stato un colpo da maestro. Continua così".

Anche Assunta apprezzò l'evento e disse: "Cerca anche altre amicizie, non fare il rapporto simbiotico con Rebecca, anche se è una cosa difficile per chi ha la Sindrome di Asperger. Più amicizie hai, più stabile è il tuo equilibrio psichico, e più facile verificare se passi e se gli archetipi che si esprimono in te ti fanno entrare positivamente in rapporto con gli altri".

Juno.00001.002 - Transizione - 002


Giaele aveva anche uno studio medico privato, e lì ricevette Juno. Le chiese: "Vuoi anche una visita medica generale, oppure mi limito a prendere le misure per i gioielli?"

"Facciamo tutto", rispose Juno, e Giaele le fece una visita completa, concludendo: "Buona salute in rapporto all'età. Forse devi cambiarti gli occhiali. Hai mai preso ormoni femminili?"

"No. Il mio seno è opera del chirurgo".

"Forse hai fatto meglio di chi prende invece gli ormoni, perché gli estrogeni non difendono le ossa dall'osteoporosi come il testosterone. Intendi sottoporti a riassegnazione chirurgica del sesso?"

"No. Ho sentito storie orribili, e non voglio rischiare".

"Toh, sono d'accordo anche in questo. Rebecca mi aveva detto che volevi femminilizzarti il viso".

"Non è deciso ancora", rispose Juno, e Giaele disse: "È meno rischiosa dell'altra, comunque".

Giaele consegnò a Juno copia delle sue misure vitali, e gli disse: "Ho saputo che tu e Rebecca vi siete lasciati".

"Vogliamo cose diverse da una relazione amorosa. Tutto qui".

"Ha sofferto un po' per il tuo no, anche se ha cercato di nasconderlo".

"Siamo comunque amici. Se lei vuole parlarmi può farlo".

"Un'occasione ci sarebbe ..."

"Cioè?"

"Debora questi gioielli preferisce consegnarli a casa nostra, perché in negozio manca la privacy. Vuoi che ci sia anche Rebecca oppure le diciamo di trovarsi un impegno?"

"Può esserci".

"Bene", disse Giaele, che poi tirò fuori un catalogo da un cassetto e lo mostrò a Juno dicendo: "Questi sono i gioielli erotici che fa Debora. Dovresti scegliere il tipo che preferisci - ed eventualmente indicare come personalizzarlo. Copia delle misure gliela do io".

Bottoni da costume sardo muliebre.
Juno scelse due piccoli imbuti di filigrana d'oro che coprivano le areole e stringevano (un po') i capezzoli titillandoli - gli intenditori avrebbero detto che somigliavano alla parte conica dei bottoni a forma di mammelle dei costumi sardi da donna; Giaele disse: "Togliteli prima di andare a letto, e lavali con il bagnoschiuma, ed uno spazzolino da denti. Se provocano irritazioni, vieni subito da me. Un seno come il tuo è molto più vulnerabile del mio".

Tre sere dopo, Juno suonò a casa delle tre sorelle per pagare e ritirare i gioielli. Trovò anche Rebecca, a cui diede un bacino sulla guancia, ed aprì il cofanetto dei copriareole.

Così si portano sulla camicia.
I gioielli erano splendidi, Debora mise davanti a Juno uno specchio, e lei si pavoneggiò mettendo i copriareole sopra la camicia; Rebecca sorrideva raggiante verso Juno, che sentì l'impulso di poggiarli sulla maglia di lei, ma Rebecca, quando Juno le avvicinò i gioielli, rise e disse: "Lo sai che non sono della mia misura!"

Giaele, soddisfatta perché un minimo di feeling si stava ristabilendo tra loro, disse: "Juno, dovresti provarli. Devono essere della misura giusta e stuzzicare nel modo giusto senza far male".

"C'è uno stanzino lì con uno specchio", indicò Debora, ma Juno e Rebecca si guardarono intensamente, e decisero di fare a meno dello stanzino. Rebecca aprì la camicia di Juno (le altre due sorelle cercavano di mantenere un contegno professionale), e Juno pose i copriareole sui capezzoli. Si guardò soddisfatta allo specchio, mentre Rebecca era entusiasta, e Debora e Giaele professionalmente sentenziarono che stavano a pennello.

Debora chiese, mentre Juno si chiudeva la camicia: "Vuoi cenare con noi stasera?", e Giaele disse a Juno, quasi sussurrando: "Anche a Rebecca piacciono questi gioielli".

Rebecca colse l'invito e si sbottonò la camicia, mostrando a Juno dei copriareole adatti per il suo corpo, di cui Juno si complimentò prima di riabbottonarle la camicia - è pericoloso mangiare cibi caldi a seno scoperto!

La cena fu deliziosa, e Debora chiese a Juno: "Hai preparato dépliants, opuscoli, QR Codes per un sito web della tua sinagoga umanistica?"

"Non ancora".

"Vedi", disse Giaele, "L'idea ci interessa, anche se non vogliamo diventare ebree, e se tu ci prepari del materiale, io lo metto nella sala d'attesa del mio studio medico, Debora in oreficeria, Rebecca in vetrina insieme con gli annunci immobiliari ..."

"Inoltre", disse Rebecca, "in questa cittadina non mancano le associazioni culturali. Noi ne frequentiamo alcune, tu ne frequenti altre, e distribuiamo il materiale anche a loro".

"Ottima idea. Mi metto domattina all'opera. Uno dei vantaggi dell'essere in pensione è questo", rispose Juno.

Al momento di uscire Juno diede un'occhiata languida a Rebecca, che però la toccò col dito sulla punta del naso e le disse:

"Sto diventando monogama. Mi devi meritare. Non stasera".

"Passo nel tuo ufficio quando il materiale è pronto, allora", disse Juno cercando di contenere il disappunto, "Fra qualche giorno, dunque".

"Ti aspetto", rispose Rebecca, e Juno si avviò verso casa.

Una notifica Facebook illuminò il display dello smartphone di Juno, e quando lo avvicinò al seno mentre lo faceva passare dalla tasca dei pantaloni al viso, si rese conto che la camicia di lino bianco che indossava era alquanto trasparente, ed alla luce del display brillavano i copriareole d'oro.

"Devo comprarmi un reggiseno coprente domani", si disse Juno, "non vorrei che un rapinatore ricorresse al coltello per strapparmeli, se li vede".

giovedì 17 agosto 2017

Juno.00001.001 - Transizione - 001

[Inizio]

Leonida comunicò infine a Rebecca che per lui avere un rapporto sentimentale era più importante che avere rapporti sessuali, e che non se la sentiva di dividere la sua partner con altre persone.

Perciò il loro passato comune finiva tra i ricordi, ed il loro futuro comune poteva essere solo amicale.

A Rebecca questo dispiacque, ma anche lei aveva capito che non c’era altro da fare.

Leonida le comunicò che desiderava transizionare, che aveva scelto come nome femminile “Juno”, e le chiedeva il nome di un avvocato per patrocinarlo nella transizione.

Rebecca rispose che non conosceva in città avvocati esperti di queste cose, ma la sua avvocata sarebbe stata felice di consigliare un collega adatto.

“Serve forse anche uno psicologo?”, chiese Rebecca, e Leonida rispose: “La legge lo impone”.

Nel pomeriggio Rebecca diede a Leonida ambo i nomi e gli chiese: “D’ora in poi devo chiamarti Juno e considerarti una donna in tutto e per tutto?”

“Si. Ti ringrazio per avermi aiutato molto a stabilirmi in questa bella città. Ho appena presentato domanda di cambio di residenza”.

“Fondamentale per godere dei benefici fiscali per l’acquisto della prima casa. Sono contenta di esserti stata utile”.

L’avvocata Itria aveva lo studio a Macomer, e quando ricevette Juno le disse:

“Il suo problema è provare che lei vive come una donna e tutti la riconoscono come tale. Ma se lei si è appena stabilita in Sardegna, ed in Continente lei viveva da uomo, questa prova non c’è ancora. Lei la deve creare. Il suo aspetto la aiuta molto, ma lei deve insistere, ogni volta che incontra qualcuno, che lei è una donna a dispetto dei documenti”.

“Devo anche truccarmi, vestirmi in modo seducente, ecc.?”

“No. Lei deve fare quello che le piace, non quello che gli altri si aspettano da lei. Neanch’io che sono una donna cis ritengo doveroso appagare lo sguardo maschile. Ricordi che se lei transiziona, lo fa per sentirsi meglio”.

“E per la psicologa?”

“Assunta è molto brava. Serve anche una sua perizia favorevole”.

Assunta disse ad Juno:

“Sono una psicologa archetipica, ed il suo caso mi pare sospetto. La Sindrome di Asperger fa questi scherzi, ovvero rende molte persone che ce l’hanno non-binarie, e devo essere sicura che transizionare sia la cosa migliore per lei. Più preoccupante per me è che temo ci troviamo di fronte all’irruzione di un archetipo. Transizionare gioverebbe all’archetipo, ma non al suo Sé, che è quello che devo tutelare”.

“Lei mi sta dicendo che sono psicotica?”

“No. L’esame di realtà è intatto. Ciò non toglie che chi è vittima di queste irruzioni interpreti se stesso e la realtà che la circonda in modo che giova all’archetipo, e non a sé. La perizia medica favorevole, se ci sarà, aspetterà il tempo che noi risolviamo insieme questo dubbio”.

“Che archetipo secondo lei mi possiede?”

“Giunone. Una delle versioni della Grande Madre. Forse insieme con Artemide, visto quello che mi ha raccontato della sua storia con Rebecca”.

“Cosa ne pensa?”

“Gli archetipi influenzano anche i rapporti degli altri verso di noi. Rebecca si è comportata come una ninfa del corteo di Artemide, che ha amato la sua signora, anche se in forma maschile”.

“Del resto, Giove, per sedurre una di queste ninfe, Callisto, si trasformò in Artemide”.

“Interessante osservazione. Del resto, Giove e Giunone sono fratello e sorella, si somigliano di più di una normale coppia di sposi. Anche se la storia delle religioni ci insegna che sono divinità nate separatamente, potremmo chiederci se un archetipo non sia la versione controsessuale dell’altro – con Giove che fa un lavoro ‘sporco’ (la seduzione) e Giunone un altro (il punire colei che ha perso la sua virtù)”.

La seduta, illuminata dalla menzione che Juno aveva fatto di Callisto, terminò meglio di come era iniziata, ma alcuni giorni dopo Juno volle farsi confermare da Rebecca che aveva avuto il ciclo – per fortuna di entrambi, sì.

Juno non amava truccarsi, ma amava i vestiti colorati e … i gioielli. Debora doveva ricordarle di non portarne troppi addosso, e che con tutti i gioielli che aveva comprato, le conveniva tenere in una cassetta di sicurezza quelli che non indossava, altrimenti rischiava che i ladri le irrompessero in casa.

Un giorno Juno mostrò a Debora delle foto di gioielli erotici tratte dal web, e Debora disse: “Li facciamo anche noi, anche se non li mettiamo certo in vetrina. Che gioielli vorresti?”

“Qualcosa che copra, evidenzi e stimoli capezzoli ed areole”.

“Ti faccio prendere le misure da Giaele, scegliere un tipo e poi te li faccio”.

49069NU.00002.004 - Il cliente genderqueer - 004


Rebecca e Leonida, da quel giorno per dieci giorni di seguito, provarono anche la "bedworthiness" delle case in vendita in città che rispettavano i requisiti di Leonida. La loro fortuna era che non erano stabilmente abitate, e quando Rebecca portava Leonida a vederle, erano vuote. Leonida portava delle lenzuola pulite nel suo zaino, che alla fine venivano messe nello zaino di Rebecca, e portate in una lavanderia a gettone per ritornare immacolate!

Le case da visitare erano tante, e pur facendo gli straordinari, ci vollero appunto dieci giorni per provarle tutte. Nessuna però eguagliò i pregi della casa a mezzacosta, con una sola strada carrozzabile che la raggiungeva, e circondata da vicoli in cui Leonida non ci passava - la casa Rebecca in cui aveva mandato ad abitare Leonida dopo lo sfratto da Antonia.

Leonida poteva pagare la casa e la ristrutturazione senza bisogno di un mutuo, la pignola venditrice si era da tempo assicurata che le carte fossero a posto, ed in due giorni il notaio potè rogare l'atto di compravendita, e registrarlo il terzo. Rebecca aveva predisposto un progetto di ristrutturazione, e predispose la domanda di cambio di destinazione d'uso per la parte dell'edificio che doveva essere dedicata ad attività culturali.

Leonida approvò il progetto, ma bocciò la domanda del cambio di destinazione d'uso.

"Perché? Se fai una riunione ogni tanto in casa va bene, ma se diventa una cosa abituale, devi creare un'associazione di promozione sociale (una congregazione religiosa richiederebbe tante carte da farti pentire di essere nato) a cui affidare questo ed altri beni necessari per la sua missione".

"Non è solo il fatto che prima è meglio trovare le persone, e poi costituire l'associazione. La domanda presuppone che io rimanga scapolo, ed abbia bisogno di soli 28 mq per vivere. E se ci mettessimo invece insieme?"

Rebecca trattenne un attimo il fiato. Sapeva che il problema si sarebbe posto, e sapeva che non poteva risolverlo. Gli chiese: "Vuoi che continuiamo a frequentarci come adesso, o vuoi che viviamo insieme?"

"Che viviamo insieme".

"Non me la sento. La mia casa, il mio ufficio di agente immobiliare, lo studio ingegneristico che sto allestendo, sono le basi della mia indipendenza".

"Sono cose che dividi con le tue sorelle".

"Nella mia camera, nel mio ufficio e nel mio studio loro non entrano - tengono le chiavi solo per il caso di emergenza".

"Trovo l'amore e devo vivere solo?"

"Da quando hai divorziato?"

"Tre mesi".

"Troppo pochi per riprendere una convivenza. Non vorrei che tu ti fossi sposato per sfuggire alla solitudine, e non abbia ancora imparato la lezione".

"Non dire a me che non so vivere in solitudine. Mi sono sposato assai tardi, e tu non hai mai lasciato le tue sorelle!"

"Beviamo un bicchier d'acqua, ci calmiamo e riprendiamo a discutere?", chiese Rebecca, per non rischiare un'escalation.

Leonida accettò, e dopo la pausa Rebecca disse: "Mi spiace, ma sono stata più volte avvertita che cominciare subito a convivere, come vorresti tu, può compromettere seriamente un rapporto. Inoltre, il trasloco mi distrarrebbe dagli studi, ed ora devo completare la tesi magistrale. Direi di riparlarne dopo la laurea magistrale. Inoltre, sono stata già contattata da Abbanoa [l'ente che gestisce le acque in Sardegna] per un bel lavoro dopo la laurea, ed a quel punto sarò spesso via per lavoro. Dovremo ridurre la frequenza dei nostri 'incontri'. Ci siamo 'divertiti' tanto in questi giorni, ma nessuna coppia riuscirebbe a continuare a lungo a questo ritmo. Mi dispiace ancora".

"Su di te non posso contare, insomma", e Rebecca rispose: "Per l'amore sì, per rimediare alla solitudine no. La solitudine non dipende dall'amore che ci viene offerto - è un sentimento che nasce da noi stessi. Ho conosciuto gente che aveva una bella famiglia, tante occasioni e tanti spasimanti, ma si sentiva comunque sola".

"Sapevi il perché?", chiese Leonida, e Rebecca rispose: "Quello che ho capito di loro, è che la solitudine è stata la loro trappola. Per sfuggirle, si sono sposati con persone che li amavano, ma che non erano capaci di farli contenti. Forse pretendevano troppo da loro, e forse chi li ha sposati non si è reso conto di ciò che i loro coniugi esigevano da loro".

"Cattiva comunicazione", osservò Leonida, e Rebecca disse: "O troppa fretta. Mio padre ci ha messo due anni a convincere mia madre a fidanzarsi con lui, e loro si sono sposati dopo altri sette. Certo, hanno poi dovuto ricorrere alla FIVET, ma mio padre non si sentiva solo come te".

"Mi stai patologizzando", disse Leonida, cercando di non dare l'impressione di essere arrabbiato.

"Alla tua felicità manca un elemento che non posso fornirti io. Forse la Sindrome di Asperger ti ha fatto passare una catastrofica infanzia (io ho avuto la fortuna che con due sorelle coetanee Aspie, avevo sempre chi mi sosteneva emotivamente, ed anche i miei genitori, pur neurotipici, hanno sempre fatto tanto per noi), in cui ti sei sentito indegno e non amabile - perché neurodivergente. Non posso risarcirti di quello che ti è mancato. Forse ci ha provato la moglie che hai lasciato, e non le è andata bene".

"Ho divorziato quando ho capito che il mio matrimonio era stato contratto per equivoco, ed avevo raggiunto la consapevolezza dell'incolmabilità di questa lacuna. Non mi stai dicendo cose che non so. Ti informo che non sei tenuta a farmi stare meglio, ma mi stai facendo sentire peggio".

"Il problema non è solo tuo", disse Rebecca, "La verità è che io sono una 'poliamorosa solista' - ho rapporti con più persone, ma non voglio far coppia con nessuna di loro, e voglio continuare a frequentarle. C'è stata una manchevolezza etica, perché ti ho rimorchiato senza dirtelo - ma gli altri miei partner me ne avevano dato licenza, ed in quel momento non sembrava importante dirtelo. Non immaginavo che da un incontro di una sera in due settimane si sarebbe passati a discutere se diventare una coppia o no".

"In effetti, era congetturabile che tu non fossi monogama, visto che tu eri venuta a letto con me la sera stessa in cui mi avevi conosciuto - una persona monogama avrebbe aspettato un po'. Non hai parlato, ma il messaggio era chiaro. Non devi accusarti di violazione dell'etica poliamorosa. Però, ora che tu mi hai rimesso al mio posto, ed hai dichiarato che sono inadatto ad una relazione impegnativa ..."

"Non è vero!"

"Mi hai detto che mi manca quello che viene chiamata 'la base sicura', e che pertanto i miei attaccamenti sono insicuri; ed hai apprezzato il mio amore finché è rimasto separato dall'attaccamento - quando l'ho messo sul piatto, hai detto di voler uscire dal gioco, perché era un danno, non un guadagno. Quello che ho imparato sul poliamore mi fa pensare che la sua ambizione sia separare l'amore dall'attaccamento - cosa possibile in una società opulenta in cui è possibile sopravvivere con legami erotici e labili anziché con legami affettivi e solidi. Tutti obbiettivi leciti, purché perseguiti con consapevolezza ed onestà".

"Dissento. Ci sono poliamorosi che fanno come dici tu, altri che affiancano ad una relazione primaria con attaccamento relazioni secondarie senza attaccamento, ed altri ancora che riescono ad avere attaccamenti multipli (ma non necessariamente di pari rango) che la tua teoria non prevede. Devi imparare di più. Cosa volevi dire quando ti ho interrotto?"

"C'è posto per me nella tua vita?"

"Sì. Vivendo però separati ed accettando la non esclusività. Come hai appena detto, voglio che il nostro sia un rapporto erotico, ed anche amicale, ma che non implichi attaccamento".

"Posso pensarci un poco?"

"Certo. Ero io prima a chiedere la pausa di riflessione".

"Il piano di ristrutturazione?"

"Puoi farlo partire quando vuoi. Secondo il mio progetto, si farà una stanza alla volta, in modo che tu possa spostarti dall'una all'altra via via che proseguono i lavori. Mi sarebbe piaciuto farti da capocantiere, ma finché non liquido l'agenzia immobiliare, non mi è permesso. Ma ti trovo un'ingegnera donna brava, ed avrai un lavoro ben fatto!"

"Grazie, amore".

Rebecca baciò Leonida e disse: "La pausa di riflessione comincia ora, tesoro".

[Fine]

mercoledì 16 agosto 2017

49069NU.00002.003 - Il cliente genderqueer - 003


Erano già arrivate Debora e Giaele in pizzeria, ed avevano riservato un tavolo. Si presentarono a Leonida, il quale, notando la somiglianza, chiese loro: "Siete gemelle?"

"Non monozigotiche", precisò Giaele, "Siamo semplicemente tre sorelle che sono nate insieme".

"Che io sappia è rara la gemellarità in Sardegna", osservò Leonida, e Debora rispose: "Nostra madre buonanima aveva fatto ricorso alla FIVET per averci. Tutti i tre embrioni impiantati sono sopravvissuti, ed eccoci qua".

"Condoglianze. E vostro padre?"

"Amava tanto la mamma che è morto un mese dopo di lei", disse Rebecca.

"Di cosa è morta?"

"Latrodectismo", rispose Giaele, "Ovvero è stata morsa dalla malmignatta, un ragno velenoso che si trova nelle campagne della Sardegna. È rara invero la morte per una cosa del genere, ma la nostra gravidanza ..."

"... Ed allattarci tutte e tre insieme fino alla prima elementare ...", osservò Rebecca

"... Aveva lasciato la mamma di cagionevole salute", terminò Giaele.

"Eravate giovani?"

"Appena diplomate", rispose Rebecca, "Debora ha preso in carico l'oreficeria di famiglia, e noi siamo andate avanti negli studi. I miei li conosci, e Giaele è un medico ..."

"Neurochirurgo!", precisò Giaele, "Così rendo onore al mio nome!" (Giudici 5:24-27)

Tutti risero, e Rebecca continuò: "Ora è il turno di Debora di iniziare gli studi universitari".

"Che studi?"

"Sono ragioniera", rispose Debora, "ma mi sono iscritta a Lettere, indirizzo Classico. Per la magistrale penso di studiare Lettere, Filologia Moderna e Industria Culturale, indirizzo Lingua, Letteratura e Geostoria della Sardegna. Non posso fare dei bei gioielli sardi se non conosco la storia dell'isola. Conto su Rebecca per delle ripetizioni di latino e greco".

"Tu, invece?", chiese Rebecca, "Sei molto curioso, ma di te ci hai detto poco".

"Vengo dalle montagne della Sardegna, ma ho sempre vissuto in Continente. Lì mi sono laureato in Giurisprudenza, e per molti anni ho lavorato nell'ufficio legale di un'importante banca. Dopo la pensione mi sono laureato in Lingue e Civiltà del Mediterraneo - le lingue che ho studiato erano l'arabo, l'ebraico ed il persiano, e spero ora di creare una sinagoga umanistica in questa cittadina".

"Moglie, figli?", chiese Debora, e Leonida rispose: "Sposato in tarda età, divorziato senza figli miei. Ho deciso di non accettare più compromessi, nemmeno nel mio aspetto, e ne vedete ora il risultato".

"Cos'è una sinagoga umanistica?", chiese Giaele, e Leonida rispose: "Per la maggior parte degli ebrei, essere ebreo significa sia appartenere ad un popolo che praticare una religione, dei cui precetti ci sono molte interpretazioni - come dice un midrash, 'Settanta facce ha la Torah', e prima ancora un salmo diceva: 'Una parola ha detto Dio, due ne ho udite'. Noi ebrei umanisti riteniamo che si debbano separare le due cose, e che sia possibile venire adottati dal popolo ebraico assumendo la sua identità ed aderendo alla sua cultura, senza bisogno di aderire alla sua religione. L'unico precetto che chiediamo di adempiere è la Regola Aurea: 'Quello che ti è sgradito, al tuo prossimo non lo fare'".

"Vuoi fondare un luogo di culto per una non-religione?", chiese stupita Rebecca, e Leonida rispose: "Una sinagoga umanistica assomiglia molto ad un'associazione di sardi dell'emigrazione. In questa 'sinagoga' noi coltiviamo la nostra identità individuale e collettiva, attraverso incontri ed eventi culturali".

"Ti sei spiegato benissimo", disse Debora, "Ma mi chiedevo fino a che punto è compatibile l'ebraicità con la sardità".

Rebecca rispose: "Compatibilissima. Ci sono stati molti ebrei sardi, e delle comunità organizzate a Cagliari, Alghero, Bosa, Iglesias, Sassari, fino al 1492, quando la corona spagnola costrinse gli ebrei dei suoi domini a scegliere tra la conversione e l'esilio, durato fino al 1720, quando giunsero i Savoia nell'isola. Attualmente l'isola è nel territorio della Comunità Ebraica di Roma".

"E ci sono molti tratti sardi che fanno pensare ad un retaggio ebraico importante", osservò Leonida.

"Cioè?", chiese Rebecca, e Leonida spiegò: "Tacito e Svetonio riferiscono che l'imperatore Tiberio, dopo dei tumulti avvenuti a Roma tra i seguaci di Iside e gli ebrei, mandò 5 mila di questi ultimi in esilio in Sardegna, a combattere i briganti delle montagne da cui vengo".

"Questo ce lo insegnano alle elementari; ci dicono anche che il termine sardo per 'venerdì', 'chenàpura' nel nostro dialetto, nasce da 'coena pura', un'espressione degli ebrei di lingua latina per indicare la vigilia del Sabato e delle feste", disse Giaele, e Leonida continuò: "Ringrazio Agostino d'Ippona per averci tramandato questa notizia; però pensavo ad un'altra cosa - conoscete la Sindrome di Asperger?"

Le tre sorelle scoppiarono a ridere e dissero: "Ci hanno diagnosticate tutte e tre!"

Giaele aggiunse: "Anche tu, scommetto, Leonida".

"Reo confesso. Mi era venuto il sospetto che almeno Rebecca lo fosse".

"Dura trovare una lesbica neurotipica e non-binary-friendly di questi tempi, vero?" chiese ironicamente Rebecca.

"Però mi devi spiegare che c'entra la Sindrome di Asperger con gli ebrei e con i sardi", osservò Debora.

"Sia gli ebrei ashkenaziti che i sardi, specialmente quelli del Capo di Sopra, hanno una prevalenza della Sindrome di Asperger molto superiore alla media americana. In America si dice che 1 persona su 68 è Aspie; nelle scuole del Capo di Sopra pare che 1 alunno ogni 20 sia Aspie".

"Ma gli ebrei ashkenaziti sono quelli dell'Europa del Nord e dell'Est", osservò Giaele.

"Eheh, tu mi hai ricordato la parola 'chenàpura'", ribattè Leonida, "Ed io ti cito la parola 'bentshen', che in yiddish vuol dire 'benedire'. Secondo voi, da dove viene questa parola?"

"Sembra latina", osservò Rebecca, "'benedire' in tedesco si dice 'segnen' oppure 'weihen'".

"Esatto. È una delle parole più antiche della lingua yiddish, e risale al momento in cui degli ebrei di Roma, dopo le conquiste di Giulio Cesare, si stabilirono lungo la Valle del Reno. Lì e nel nord della Francia crearono la tradizione ashkenazita, che poi si estese all'Europa dell'Est".

"Stai dicendo che gli ebrei romani hanno regalato a noi sardi ed agli ebrei ashkenaziti i tratti autistici che noi ora constatiamo nella clinica - ed in noi stesse ed in te?", chiese Giaele, che aggiunse, "Ci vorrebbero delle serie ricerche comparative di genetica della popolazione per verificarlo o falsificarlo. Tantopiù che non esiste un singolo fattore genetico responsabile dell'autismo, o della Sindrome di Asperger".

"La sinagoga umanistica potrebbe occuparsene. Io non chiederei a chi la frequenta di abbandonare la propria religione - chiedo solo di approfondire il retaggio ebraico dei sardi, e questo potrebbe farne parte".

"Questo è un progetto interessante", disse Debora a nome di tutte le sorelle, ed aggiunse: "Sta arrivando la pizza. Approfondiremo dopo. Buon appetito!"

La conversazione proseguì poi in tono leggero, anche se Debora non riuscì a trattenersi dal chiedere a Leonida: "Conosci il rituale dell''argìa'?"

"Nella mia zona d'origine non si praticava. Devo documentarmi".

Debora aveva fatto la domanda con cattiva intenzione, ma se ne pentì e disse semplicemente a Leonida: "Il rito forse no, ma la premessa somiglia a quella del 'Dybbuk' cabalistico. Mentre però nel dramma di Ansky, è l'anima di un uomo che possiede una donna, nell''argìa' è l'anima di una donna che possiede un uomo, ed il rituale ha scopo esorcistico".

"Pensi forse che io sia un'argìa?", chiese Leonida, e Debora rispose: "Non voglio offenderti, però mi pare strano che un uomo della tua età stia cercando di assumere l'aspetto di una donna in avanzata gravidanza - una delle forme dell''argìa' è proprio quella della partoriente".

Giaele dovette intervenire: "Molte persone 'genderqueer' sono in Aspie e viceversa. Non c'è bisogno di diagnosi fantasiose, Debora".

Rebecca disse: "Non è che l''argìa' rappresenti l'irruzione dell'archetipo di Era? Le varie forme dell''argìa' registrate sono la nubile, la sposa, la partoriente, la vedova - tutte fasi della vita sessuale e riproduttiva della donna a cui sovraintendeva Era! E ad Era erano sacri i leoni - e come ti chiami tu? Leonida!"

Giaele si mise la mano in testa e disse: "Ragazze, state dicendo cose intelligenti nel setting sbagliato".

Leonida rise dicendo: "Cosa tipicamente Aspie!", e riprese: "Ci ho pensato, ma che c'è di male ad essere un'argìa?"

Rebecca: "Te le suonano! Anche il più antico strumento musicale sardo, le launeddas, è in diverse fogge, tra cui la 'pippia = bambina', ' fiuda bagadìa = vedova zitella', 'mongia = monaca'. Non voglio dire che ti picchiano, voglio dire che quando emerge un archetipo, ne vieni usato. Le launeddas non suonano da sole, sono suonate - e suonatrici di launeddas, a cominciare da Federica Lecca, stanno nascendo solo adesso!"

Giaele: "Anche perché le launeddas sono molto simili alla siringa, o flauto di Pan. Venivano usate nell'antichità in riti orgiastici che celebravano la fertilità della natura, interpretata da uno sguardo maschile. I balli sardi di oggi di quei riti sono solo un ectoplasma, ma danno lo stesso un'idea delle forze spirituali in gioco".

Leonida: "Vi ringrazio per avermi dato l'idea di scrivere un articolo che paragona il 'Dybbuk' all''Argìa'. Tra l'altro, una delle cose che ho scoperto guardando in Internet mentre ridevate sulle mie tette (sempre meglio che alle mie spalle), è che Argìa era la cognata di Antigone perché ne aveva sposato il fratello Polinice, e la aiutò a ricuperare e seppellire il corpo del fratello e marito. Argìa fa una cosa legalmente vietata, ma moralmente necessaria. Sbaglio ad ispirarmi a lei?"

Giaele disse: "No. Però 'argìa' è il nome sardo della malmignatta, il ragno che ha ucciso nostra madre. Come mai, se sei un''argìa', finisci con l'incontrare proprio noi? Dobbiamo capire che missione devi compiere, benefica o nefasta per noi e la città".

"Vi capisco", bofonchiò Leonida prima di riprendere a mangiare la pizza; a Rebecca spiacque il come ci si era rivolte a lui, e cercò di confortarlo parlando del suo interesse speciale per la mitologia greca. Altre persone si sarebbero arrabbiate, ma Leonida era intellettualmente abbastanza curioso da apprezzare delle considerazioni che avrebbero fatto invidia a Roberto Calasso, le apprezzò come un omaggio alla sua intelligenza, e cercò di rispondere a tono, od almeno di incoraggiare Rebecca a parlare.

Vide anche sul web che gli antropologi avevano già notato il rapporto tra "dybbuk" (nella versione di Ansky, un'anima maschile che possiede una donna), "tarantismo" (idem, in Puglia) ed "argìa" (un uomo posseduto da un'anima femminile, in Sardegna), e disse a Rebecca che l'articolo non l'avrebbe perciò scritto, visto che non aveva niente da aggiungere a quello che era già noto. Ma i ringraziamenti per averlo incoraggiato a documentarsi erano comunque validi.

Tra un interesse speciale e l'altro di cui parlare a lungo, l'intesa si approfondì tanto da indurre Debora e Giaele a scambiarsi ogni tanto lo sguardo d'intesa ed i sorrisi di chi si trova a reggere il moccolo!

Pagato il conto, Debora e Giaele andarono a casa, Rebecca si offrì di riaccompagnare a casa Leonida, perché non si perdesse tra i vicoli che si arrampicavano sul colle - e Leonida, col pretesto che Google Maps per cellulari non era abbastanza preciso per le calli di Venezia, i caruggi di Genova, ed i vicoli di quella cittadina sarda, accettò volentieri.

Davanti alla casa di Leonida, Rachele lo abbracciò, e lui la baciò. Entrarono in casa e non ne uscirono fino al mattino. Non c'era caffè in casa, e dovettero andare a berlo in un bar, mano nella mano, stupendo la barista.

Si sedettero ad un tavolino, e Leonida chiese: "Non eri lesbica?"

"Me lo sono chiesto un migliaio di volte stanotte", rispose Rebecca, "Ed oltretutto, non è consigliato andare a letto con i clienti. Si perde la lucidità, e non sempre sono loro a guadagnarci".

"Non è che sei per caso bisessuale?", propose timidamente Leonida; Rebecca fece di no col dito e disse: "No, non ho più avuto rapporti con ragazzi da quando facevo le medie inferiori, e non vedo motivo di cambiare atteggiamento. Forse ha ragione Debora, o forse ha ragione Giaele."

"Cioè?"

"Debora ha detto ieri sera che sei un''argìa', Giaele, mentre pagavi il conto, che sei 'bigender'. In entrambi i casi vuol dire che hai una forte componente femminile, e quella mi ha attratto oltre le tue fattezze".

"Potrebbe darsi. Ma hai fatto con me cose che potresti fare solo con uomo".

"No. Ci sono le protesi. Ne faccio volentieri uso. Da sola ed in compagnia. Puoi avere qualsiasi anatomia, ma devi essere femminile dentro per attrarmi".

"E adesso che facciamo?"

"Fra poco abbiamo appuntamento con un altro proprietario di case, che ti mostrerà che cosa può venderti. Ti accompagno?"

"Non puoi dirgli di lasciare la casa vuota, così la esploriamo con comodo?"

"E magari ne valutiamo anche la 'bedworthiness = attitudine alle cose da letto'? Quando sarò ingegnera idraulica ti lascerò la mia agenzia immobiliare, anziché chiuderla, perché sono sicuro che, se non la fai prosperare, ti divertirai comunque un mondo ad interpretare in modo creativo questo mestiere!"

49069NU.00002.002 - Il cliente genderqueer - 002


Antonia e Rebecca lo aspettavano alla fermata dell'autobus che veniva dall'aeroporto, e sgranarono gli occhi quando lo videro, perché aveva un seno molto più grande che in fotografia.

Salutò cordialmente le signore, si mise sulle spalle lo zaino da montagna (costruito in modo da scaricare il peso sul bacino e non sulla colonna vertebrale), e si mise a camminare aiutandosi con i bastoni da Nordic Walking.

"Immagino di avervi stupite", disse Leonida, "Ma se metto su Facebook le foto con il mio aspetto attuale, vengo importunato da persone che mi offrono soldi di cui non ho bisogno".

"Ehm ... come si è procurato questo aspetto?", chiese un po' sfacciata Antonia, e Leonida rispose: "Il laser fa miracoli con i peli, ed il lipofilling ha spostato il grasso dal girovita al seno - di grasso ce n'era davvero tanto! La femminilizzazione del viso la farò dopo aver acquistato la casa. Dov'è però la sua casa, signora Gonnesa?"

"L'accompagniamo", rispose Rebecca, infilando la mano sotto il braccio sinistro di Leonida. Antonia preferì invece restare a mezzo metro di distanza.

"Si è fatto un'idea ...", chiese Rebecca prima che Leonida la interrompesse: "Mi fa piacere che mi prenda a braccetto, ma forse è meglio allora darsi del tu".

"Giusto, Leonida", rispose Rachele, "Che casa ti interessa?"

"Una casa di due piani, in cui io possa abitare al pianterreno, e si possano svolgere attività culturali al primo piano".

"Non abbiamo molte case così qui", osservò Rebecca, e Leonida rispose: "Vanno bene anche i terracielo che vedo lungo la via. Vuol dire che io abito al primo piano, e le attività culturali le facciamo ai piani superiori. Ci vuole quindi un montascale. L'ultimo piano deve ospitare almeno dieci persone in un locale unico - anche a costo di abbattere le pareti interne".

"Questi terracielo hanno secoli sulla groppa, e tutti i loro muri sono portanti. Dovresti rivolgerti ad un ingegnere (per esempio a me) prima di fare una cosa del genere. Cerco per te una casa moderna".

Erano intanto arrivati davanti alla casa di Antonia, Leonida diede un bacetto a Rebecca, che gli diede appuntamento per il mattino dopo.

La sera Antonia telefonò esasperata a Rebecca: "Trovami subito un'altra casa per Leonida!"

"Che è successo?"

"Lui continua ad andare in bagno (dice per colpa della prostata), e dopo la disavventura con Anselmo c'è solo un bagno funzionante in casa mia. Oltretutto la porta non si chiude (mi ero barricata lì dentro con il gioiello, ed Anselmo ha rotto la serratura), ed io devo fare i salti mortali per non vedere ciò che non voglio".

"Non si può mettere una tenda per la decenza almeno?"

"Non ne ho di adatte ed ora i negozi sono chiusi".

"Hai preso proprio una bella gatta da pelare! Comunque, credo di avere la soluzione per te. Vengo subito".

Rebecca si recò da Antonia con una sacca ed plico sottobraccio, e disse a Leonida: "Forse ho trovato la casa che fa per te. È antica, e non costa molto. Va ristrutturata perché manca perfino la stufa a legna, ma ha spazio sia per te che per le attività culturali che ti proponi. Siamo in estate, ma è relativamente fresca, e la proprietaria acconsente che tu alloggi lì. Anziché pagare Antonia, paghi lei. Nei prossimi giorni ti farò vedere altre case, ma questa è carina".

Leonida guardò il fascicolo e disse: "Casa insolita, ma interessante. Val la pena visitarla".

"Ti ci accompagno. Sono pochi passi a piedi da qui".

Leonida fece i bagagli, ringraziò Antonia, e si fece accompagnare da Rebecca. La casa non era in piano, ma sulle pendici di un colle, ed il percorso scelto da Rebecca passava per dei vicoli così stretti che Leonida si lamentò: "Le mie tette hanno bisogno della targa! Qui non ci passano!"

Rebecca ridendo ribattè: "Che dovrei dire io, che le ho così fin dalle scuole elementari?"

"Sarebbe stata diversa la mia vita se ti avessi conosciuto prima!"

"Sono lesbica, non ci contare".

Leonida non ribattè, e fu contento di notare che la casa scelta da Rebecca era vicino ad un ristorantino; Rebecca aprì la porta, il rubinetto dell'acqua, l'interruttore della luce, e disse a Leonida: "Come hai visto dalle mappe, questa casa si sviluppa su tre piani ed ha tante stanze - quella all'ultimo piano contiene dieci persone senza stringerle troppo. Ti faccio vedere tutte le stanze, cosicché tu possa scegliere in quale dormire. Domattina, alla luce del sole, apprezzerai meglio che cosa offre questo edificio".

Il tour della casa entusiasmò Leonida, anche se dovette notare che le scale erano strette, ed i montascale non avrebbe potuto portare all'ultimo piano delle carrozzelle a motore.

"Io farei così al tuo posto", disse Rebecca, "Il locale al piano terra è tecnicamente una cantina - una volta era la stalla dell'asino; io metterei delle prese per la ricarica di codeste carrozzelle, e se si presenta un'ospite che la usa, le presterei una carrozzella leggera senza motore che i montascale che puoi installare possono portare ovunque".

"Se non trovo casa più bella, faccio come suggerisci", rispose Leonida, e Rebecca disse: "Ci sono molte cose in questa casa, ma il letto manca. Nella sacca c'è un materassino pneumatico a pompa elettrica. Dove lo metto?"

"Al pianterreno, vicino al primo bagno?"

"Te lo sconsiglio. In questa città tutti i pianterreno sono umidi".

"Al primo piano, dove siamo ora. Sposto il tavolo di cucina e ci metto il materasso".

"Ok", disse Rebecca, che collegò la pompa ad una presa elettrica, ed iniziò il gonfiaggio.

"Bello. Ma è matrimoniale?", osservò Leonida.

"Perché questo ho a casa. Io e le mie due sorelle lo usiamo per viaggiare in nave, perché piazzandolo sul pavimento di un corridoio, riusciamo a dormire decentemente senza pagare una cuccetta od una poltrona".

"Già, quello che in gergo si chiama 'passaggio ponte'", osservò Leonida, che si chiese come potessero stare tre donne con le misure di Rachele su quel materasso, e rise pensando che lui avrebbe fatto fatica a farci stare tutto il suo petto.

Terminato il gonfiaggio, Rebecca disse a Leonida: "Devo farti firmare il contratto d'affitto. La proprietaria è pignola, e se puoi pagarla subito è meglio".

"Non ho molti contanti qui".

"Ho il POS che si collega al cellulare. Poi le fo il bonifico".

Leonida firmò, pagò, prese le chiavi ed accompagnò Rebecca al pianterreno; uscì con lei e le disse: "Come cuoco sono una frana, e mangerei volentieri in questo ristorante. Tu hai cenato?"

"A dire il vero, Antonia me lo ha impedito. Comunque, questo ristorante è caro. Se accetti di raschiare un'altra volta i vicoli con le tue tette, ti porto dove si mangia benino senza spendere tanto".

"Grazie!", accettò Leonida, e si lasciò prendere a braccetto da Rebecca, che questa volta lo fece passare per stradine più larghe.

Mentre passeggiavano, squillò il cellulare di Rebecca - era Debora che voleva sapere quando lei sarebbe tornata a casa.

"Sto accompagnando Leonida a cena. Anzi, perché non venite anche voi, visto che è un uomo simpatico? Avete paura di approfittare? Se facciamo conti separati, penso che a lui vada bene. Ah, venite? Ci troviamo alla pizzeria Murgia fra dieci minuti".

"Curioso", disse Leonida, "Temevo che questa trasformazione corporea mi avrebbe lasciato completamente solo, ed invece ho trovato in te un'amica che non si vergogna a prendermi a braccetto, ed a cenare con me e le sue sorelle".

"L'essere dichiaratamente lesbica mi ha abituato ad essere impopolare. Comunque, il lavoro di agente immobiliare è molto delicato ed è un settore in cui c'è ancora molto maschilismo. Però ho potuto constatare che se sei brava nessuno si accorge che sei una donna, e sei lesbica".

"Hai detto che sei ingegnera, vero?"

"Curriculum di studi complicato: maturità classica conseguita da ragazza, e diploma di geometra conseguito in una scuola serale - i miei compagni di scuola mi prendevano in giro per la mia passione per le domus romane. I miei genitori non hanno voluto che proseguissi, le mie sorelle invece mi hanno aiutato, ed ora ho una laurea triennale in ingegneria civile. Sto studiando per la magistrale, ma con curriculum idraulica, perché l'isola ha bisogno d'acqua più che di case".

"Non hai pensato di aprire uno studio di ingegneria?"

"Sto finendo di smaltire le compravendite che ho preso in carico gli scorsi anni. La crisi non è ancora finita, e ci vuole molto tempo per vendere una casa. O faccio l'agente immobiliare, o faccio l'ingegnera. La legge non mi permette di fare ambo le cose, e non voglio tradire la fiducia dei clienti".

"Ti chiederò di ristrutturare la casa che mi hai proposto stasera, anche se per correttezza ne visiteremo altre insieme."

"Grazie! Potresti essere il mio primo cliente da ingegnera. La discussione della tesi magistrale è prevista per il prossimo anno".

"Argomento?"

"La Tennessee Valley Authority. Lo 'Ha-Movil Ha-Artzi', il sistema idraulico che fornisce ad Israele l'acqua del Lago di Genezaret, l'ho affrontato nella tesi triennale".

"Però! Dello 'Ha-Movil Ha-Artzi' avremo certo occasione di parlare", disse Leonida mentre lui e Rachele entravano nella Pizzeria Murgia.

lunedì 14 agosto 2017

49069NU.00002.001 - Il cliente genderqueer - 001

[Inizio]

Rebecca ricevette un giorno questa strana mail:

"Buondì. Il mio nome è Leonida, ed all'anagrafe sono un maschio. Ma come vede dalla foto allegata, in cui mi si vede in due pezzi, dall'ombelico in su mi sono fatta femminilizzare, ed in tutto il corpo mi sono fatta epilare - d'inverno mi tocca indossare i collant per non morire di freddo.

Vorrei comprare una casa al mare per vivere serenamente i miei ultimi anni, e vorrei chiederle non solo che case ha da offrirmi, ma anche che probabilità ho di dover lottare con i pregiudizi che colpiscono persone come me".

Rebecca trovò Leonida su Facebook, vide molte sue foto al mare, scoprì che era un dirigente di banca in pensione, che si dichiarava pure naturista e "genderqueer".

Questa parola dovette farsela spiegare dalla sorella Giaele, che spiegò: "Genderqueer è una persona che non è fedele ad un solo genere, ma nella sua vita ricorre ad elementi maschili e femminili - nel corpo, nell'aspetto, e nel ruolo sociale. Leonida non ha scelto un nome femminile, come farebbe una persona trans, ed a giudicare dalle foto, vuole un aspetto solo parzialmente femminile".

"Il seno di una donna ed il membro di un uomo?"

"Pare", rispose Giaele.

"Che devo rispondergli?", chiese Rebecca, e Debora rispose: "Che per te tutti i clienti sono uguali, e che sarai felice di trovargli la casa dei suoi sogni. Non puoi però garantire per i nostri concittadini".

"Anche perché nella nostra provincia non si è celebrata nemmeno un'unione civile", osserva sconsolata Rebecca, "anche se il nostro comune si è attrezzato per questo".

"Infatti", osservò Debora, "Abbiamo una giunta di destra, ma ragionevole".

Tutte queste considerazioni, più il link al motore di ricerca dell'agenzia immobiliare di Rebecca, furono inviate a Leonida, che rispose dicendo che alcune case gli erano proprio piaciute, e voleva trascorrere quindici giorni nella loro cittadina per valutare gli abitanti e gli immobili.

A chi chiedere di alloggiare Leonida? Antonia Gonnesa, reduce dalla brutta avventura del "dildo cavo", aveva ora bisogno di soldi, e Rebecca provò a mostrarle la corrispondenza con Leonida ed il suo profilo Facebook.

"Sembra una persona tranquilla", disse Antonia, "Ma dovrei fare eccezione alla mia politica 'No uomini'".

"Questa volta non sei sola. Rischi di meno che con Floriano e con Anselmo".

Antonia si lasciò convincere, e la settimana dopo Leonida si presentò da lei.

49069NU.00001.005 - Il dildo cavo - 005


Quando Floriano ed Antonia scesero dall'autobus di ritorno dall'aeroporto, videro Rebecca seduta ai tavoli esterni di un bar mentre beveva con delle clienti; Debora davanti alla vetrina della sua oreficeria, che descriveva a dei clienti dei vassoi d'argento; Giaele al volante di un'ambulanza della Croce Rossa; un furgone della ditta che riparava tetti, con diversi muratori in più del solito, vicino a casa di Antonia; un altro della Telecom con tre persone che sistemavano l'ADSL nell'isolato di Antonia Gonnesa e Salvatora Murru; e perfino cinque elettricisti che stavano cambiando le lampade al sodio dei lampioni con lampade a LED.

Floriano si era reso conto che tutte quelle persone erano sospette, soprattutto gli elettricisti, e provò a chiedere a loro come mai erano così tanti per cambiare una lampadina alla volta - ma il caposquadra rispose: "Regolamento di servizio. Siamo in tanti per il caso uno prenda la scossa. Allora dobbiamo togliere la corrente se ci riusciamo, ed in ogni caso staccarlo dai fili elettrici e soccorrerlo. La prossima volta che lei cambia una lampadina in casa, non lo faccia da solo. Chieda a qualcuno di stare ad un metro da lei con un bastone di legno in mano, in modo da staccarla dai fili elettrici se l'impianto non è stato fatto a regola d'arte".

Floriano percepì la risposta come una sfida - come se il caposquadra non fosse stato solo un elettricista, ma un collega spia che gli dava del babbeo. Entrò comunque in casa di Antonia, ed entrambi videro che la lampadina di cucina si era fulminata.

"Non erano lampade di ultima generazione quelle di casa tua?", chiese Floriano, ed Antonia rispose: "Era l'ultima lampada fluorescente che mi era rimasta, e volevo consumarla - consumava appena più di una a LED, e non mi pareva il caso di buttarla via ancora nuova, come ho fatto invece con le lampade ad incandescenza".

"Va bene, Antonia, salgo su una sedia e cambio la lampadina. Va' a prendere un manico di scopa per il caso io prenda appunto la scossa".

Antonia andò nel ripostiglio delle scope, e vide che l'unica scopa col manico di legno che aveva aveva appunto la punta del manico rivestita per una ventina di centimetri di carta d'alluminio. Non era una cosa normale; provò a toccare cautamente la carta, e sentì la scossa. Si voltò in direzione della cucina, fece un sorriso maligno, e prese quella scopa afferrandola per la parte di legno del manico.

Disse a Floriano: "Togliti le scarpe prima di salire sulla sedia, altrimenti me la sporchi! Essendo di metallo, non posso lavarla senza rischiare di farla arrugginire!"

"Mah, ho i piedi sudati perché in Sardegna fa caldo. Non so se ci guadagni a farmi togliere le scarpe!"

"Fa' come ti dico. Al sudore si rimedia più facilmente che allo sporco della strada".

Floriano lo fece, e quando ebbe tolto la lampadina fulminata, Antonia prima riaccese la luce, e poi colpì Floriano con la scopa.

I falsi elettricisti che cambiavano le lampade dei lampioni l'avevano trasformata in un taser, e Floriano rimase momentaneamente paralizzato. I carabinieri avevano visto la scena attraverso le loro microspie, ed irruppero nell'appartamento per salvare la vita a Floriano.

Tra loro c'era Giovanna, che, mentre i suoi colleghi soccorrevano (ed ammanettavano) Floriano, prese Antonia da parte e le disse: "Sappiamo che 'vieni bene in fotografia', e che lui ti ricattava per questo. Ora puoi punire quel mascalzone se ci dici tutto quello che sai. Se non lo fai, potremmo doverti incriminare per tentato omicidio".

"Se aveste aspettato dieci minuti, mi sarei fatta condannare volentieri all'ergastolo!", ribattè Antonia, e Giovanna rispose: "Vogliamo anche i complici. Per quello siamo intervenuti subito".

Antonia cominciò subito a cantare, tantopiù che le era stato promesso di inserirla in un programma di protezione dei testimoni - i servizi segreti credono molto nel proverbio "la vendetta è un piatto freddo", ed Antonia si era compromessa molto colpendo Floriano.

Floriano invece cercò di negare, anche se il RIS, decifrando i dati delle Micro SD, aveva raccolto molti elementi contro di lui ed i suoi contatti in Sardegna.

Erano però prove che non si potevano portare in tribunale, ed il Tribunale della Libertà scarcerò subito Floriano, imponendogli solo l'obbligo di dimora in quella città, in attesa del processo per tutte le accuse rivoltegli da Antonia.

Ma la città era un porticciolo di mare, ed il rischio era che i suoi complici, approfittando delle tenebre, lo facessero fuggire all'estero in barca. C'era un solo modo per impedirglielo, e se ne incaricò Debora.

Una sera Floriano era in un bar sul lungomare, e Debora entrò nel medesimo bar. Di solito indossava vestiti che mortificavano le sue curve, ma quella volta aveva deciso di indossare un reggiseno di pizzo sotto una T-shirt un po' stretta, e questo bastò ad attirare un bel po' di sguardi maschili. Lei guardò alcune volte Floriano, e quando si sedette ad un tavolo vicino al suo, Floriano chiese al cameriere di offrirle un drink.

Debora non accettò il drink, ma sorrise a Floriano, si avvicinò a lui, e gli disse, chinandosi in avanti in modo da lasciargli vedere un po' di bendidio: "Ti ringrazio, ma stasera devo uscire con un'amica. Possiamo parlare se vuoi una mezz'oretta, ma quando lei arriva dobbiamo salutarci. Va bene?"

"Con una donna della tua bellezza va bene qualsiasi accordo!", rispose galante Floriano. Debora lasciò intendere di essere bisessuale in una relazione aperta, ma che non amava le cose a tre, per cui il turno di Floriano sarebbe venuto un'altra sera, se Floriano se lo fosse meritato.

Floriano ordinò un paio di drink, e Debora stava attenta che non glielo drogasse; ma quando Floriano fu distratto da una chiamata al cellulare (era Rebecca, che fingeva di aver sbagliato numero), lei versò 20 mg di Cialis nel drink di lui - la dose massima somministrabile in una sola volta senza pericolo, per una persona normale.

Ma Floriano aveva già avuto un episodio di priapismo con quel farmaco, e Debora pensava alle cose più piacevoli per lei (no, Floriano non ne faceva parte) per inturgidire i seni ed indurire i capezzoli, e Floriano si rese subito conto di che gli stava accadendo. Avrebbe voluto tacere e fare finta di nulla, ma il dolore era diventato subito insopportabile, e Debora continuava a toccargli la patta dei pantaloni dicendo: "Povero caro! Ti fa male qui, qui e qui?"

Per colmo di perfidia, Debora telefonò a Rebecca dicendole: "Tesoro, adesso non posso venire con te. Ho un signore che ha assoluto bisogno di me. Vieni più tardi a casa mia, quando lui se ne va? Magari te lo presento e piace anche a te".

Floriano si dimenava per il dolore, ed il padrone del locale gli disse: "Lei mi sta spaventando i clienti. Vada subito in ospedale!"

Debora lo accontentò, e Giaele addormentò Floriano con una benzodiazepina, prima di trattarlo per il priapismo.

Poche sono le persone perfettamente sane, e Giaele trovò subito molti pretesti, oltre al priapismo, per trattenere Floriano in ospedale, mentre Giovanna, la luogotenente della caserma dei carabinieri, continuava a farlo piantonare dai suoi sottoposti.

Il piano per fuggire era fallito, tantopiù che a Floriano erano state sottratte le lenti a contatto rigide, ogni mattina gli misuravano una pressione arteriosa di 50/80 (forse gli somministravano un farmaco che la abbatteva), il cibo che gli davano a pranzo ed a cena, con il pretesto di intolleranze multiple, non avrebbe nutrito un micio, ed un signore vecchio ed un po' sordo ricoverato nella sua stanza guardava tutte le notti film pornografici in TV, commentando per giunta ad alta voce le performance degli attori e delle attrici, senza che nessuno glielo impedisse.

Se avesse tentato di lasciare l'ospedale, Floriano sarebbe svenuto prima di arrivare al cancello. Provò a lamentarsene con Giaele, ma quella gli rispose: "Quando ero praticante in ginecologia, le infermiere per scelta deliberata curavano le partorienti per prime e le abortenti per ultime. Lei crede di meritarsi cure migliori?"

Una nuova lamentela gli procurò una visita psichiatrica in cui gli furono diagnosticati disturbo antisociale di personalità, disturbo di personalità istrionico, disturbo di personalità narcisistico, disturbo schizotipico di personalità, disturbo borderline di personalità, disturbi parafiliaci di tipo sadico - e senza bisogno di inventarsi nulla! Lo avevano definito un uomo estremamente pericoloso, con una personalità simile a quella dei più spietati dittatori della storia, e rischiava non solo una condanna per le accuse di Antonia, ma pure il ricovero in Ospedale Psichiatrico Giudiziario una volta scontata la pena.

La psichiatra consigliò potenti neurolettici per prevenire accessi di rabbia, e Floriano si trovò a passare le giornate a letto in attesa del processo. L'avvocato d'ufficio intanto doveva fronteggiare un diluvio di accuse, perché le indagini bancarie avevano evidenziato sospetti pagamenti dall'estero, e Floriano era in Sardegna quando era avvenuto un misterioso omicidio a sfondo sessuale.

Il cadavere era stato bruciato, ma il RIS era riuscito a ricuperare una macchia di sperma intatta nei sedili dell'auto in cui era avvenuto il delitto, ed Antonia aveva consegnato a Giovanna il preservativo che Floriano aveva usato la prima volta che erano stati a letto insieme, conservato in congelatore. Il DNA combaciava, e l'ipotesi più probabile, compatibile con il suo profilo psicologico, era che fosse stato Floriano ad ucciderla.

L'avvocato dovette convincere Floriano a chiedere il patteggiamento, perché ormai era l'unico modo di evitare l'ergastolo. La misura di sicurezza, con il referto psichiatrico redatto in ospedale, e confermato da altre équipes mediche, non poteva più essere evitata.

Intanto l'AISE, esaminando tutti i dati che era riuscita a ricuperare, aveva concluso che Floriano era stato incaricato di creare una base spionistica in una città di mare della Sardegna, con un porto che non avesse eccessiva importanza, e non fosse pertanto troppo ben sorvegliato.

Per quella città sarebbero passati i rifornimenti per le spie dislocate in altre città dell'isola, ben più importanti anche strategicamente, e perciò meglio sorvegliate.

Il fallo d'oro sarebbe stato un bel nascondiglio, se avesse avuto dimensioni e pesi accettabili per una signora - ma la vanità e le parafilie consigliano spesso male.

[Fine]